Attività professionale in appartamento privato: quando si può fare

Svolgere un’attività professionale in appartamento privato è possibile rispettando alcuni adempimenti ed il regolamento condominiale

Essere libero professionista implica qualche responsabilità ma, per esercitare occorre innanzitutto un luogo in cui svolgere la propria attività che, naturalmente, ha dei costi di gestione abbastanza elevati. Per questo motivo, sono in molti a decidere di utilizzare lo spazio a disposizione, anche se piccolo, nella propria abitazione.

Naturalmente, molto dipende anche dal tipo di attività che si intende svolgere. Partendo dal presupposto che ciò sia possibile, è necessario consultare il regolamento condominiale e quali autorizzazioni sono necessarie per allestire l’abitazione per l’uso promiscuo.

A spiegare come bisogna agire, è un articolo de La legge per tutti a nome Noemi Secci. Va innanzitutto precisato che si può esercitare la libera professione nella propria abitazione a condizione che l’attività esercitata non prescriva alcun requisito in merito ai locali e non sia prevista l’apertura al pubblico. Ad esempio, in caso di consulenza online, non è necessaria alcuna autorizzazione. Se l’immobile è destinato ad uso ufficio o studio professionale (categoria A/10), si deve effettuare un cambio di destinazione d’uso da residenziale a direzionale (uso ufficio/studio professionale).

In questo caso subentra una serie di adempimenti. Se si vuole effettuare un cambio di destinazione d’uso parziale, cioè solo una parte ad uso ufficio, deve essere effettuato un frazionamento. In pratica, una stessa unità immobiliare non può risultare con più categorie. Per ottenere il cambio di destinazione d’uso, senza l’effettuazione di opere o lavori, è necessario innanzitutto verificare se il piano regolatore comunale lo consente.

In caso affermativo, deve essere presentata una Dia (dichiarazione d’inizio attività) al Comune in cui l’immobile è ubicato, a firma di un tecnico abilitato, anche se molti comuni consentono il ricorso alla Scia (segnalazione certificata d’inizio attività). Se, invece, devono essere effettuate delle modifiche strutturali o distributive, è indispensabile richiedere un permesso di costruire.

È inoltre necessario presentare una dichiarazione di variazione d’uso catastale, all’ex Ufficio dell’Agenzia del Territorio (ora confluita nell’Agenzia delle Entrate) competente, in quanto mutando la categoria edilizia, mutano anche la rendita catastale e i criteri per il calcolo delle imposte (Imu, Tari, Tasi, etc.).

E’ possibile che il regolamento condominiale vieti il cambio di destinazione d’uso dell’appartamento, oppure che preveda dei limiti inerenti all’uso dei locali. Pertanto, a seconda dei divieti o delle limitazioni prescritte dal regolamento, l’interessato, per utilizzare l’unità immobiliare in modo diverso dalla naturale destinazione, deve richiedere: l’approvazione dell’assemblea (con una maggioranza pari ad almeno il 51 per cento degli intervenuti); l’approvazione dell’assemblea all’unanimità, se il regolamento condominiale è di tipo contrattuale e vi sono prescrizioni che vietano specifiche destinazioni d’uso, come appunto l’uso ufficio/studio professionale.

Se, nonostante il divieto del regolamento, si procede ugualmente al cambio di destinazione d’uso dell’immobile senza ottenere l’approvazione dell’assemblea, il condominio, in persona dell’amministratore, può agire in giudizio per richiedere la cessazione della destinazione abusiva. La cessazione dell’attività può essere richiesta anche se è stato effettuato il regolare cambio di destinazione d’uso tramite comune e catasto.

Fonte: homerating.it

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